Mi chiamo Ali, ho 27 anni vengo da una piccola città della Siria del sud. Non torno nel mio Paese da quando è scoppiata la guerra civile: mi ero appena diplomato, a causa del conflitto avrei dovuto arruolarmi nell'esercito, ma non volendo prendere parte a uno scontro fratricida ho deciso che l'unica opzione che avevo era partire.
Io e la mia famiglia ci siamo rifugiati in Libano, lì ho fatto per anni il cameriere e altri lavori simili, ho provato anche ad ottenere un visto per lasciare il paese, ma nessuna ambasciata mi ha mai risposto: ho chiesto a Germania, Francia, Canada e Australia. Nulla.
Dopo l'esplosione al porto di Beirut nel 2020 la situazione economica nel paese è peggiorata molto, così ho deciso di partire di nuovo con mio fratello minore e siamo andati in Iraq. E quando ho raccolto abbastanza soldi per effettuare il viaggio verso l'Europa, siamo andato in Libia. Siamo passati per la Libia perché avevo provato tutte le vie legali senza successo e non potevo più aspettare.
In Libia abbiamo passato un anno terribile: siamo stati picchiati, torturati, venduti come merce da un gruppo di milizie all'altro. In Libia ogni straniero è visto come una merce per i trafficanti: riducendo le persone in condizioni di schiavitù, lucrano sulla pelle di migliaia di migranti in cerca di un futuro migliore.
La prima volta che abbiamo provato ad attraversare il Mediterraneo le milizie libiche ci hanno fermato dopo poche ore di navigazione, ci hanno riportati indietro e rinchiusi in prigione dove ci hanno torturato per estorcerci soldi.
Nostro padre ci ha messo alcuni mesi per raccogliere i 2 mila dollari a testa necessari per liberarci. Dato che le guardie organizzavano anche le partenze per l'Europa, aggiungendo altri soldi è riuscito a garantirci un secondo tentativo di traversata. A condizione, però, che io e mio fratello fossimo su due barche diverse, per aumentare le possibilità che almeno uno dei due arrivasse in Europa.
Sapevo quanto fosse pericoloso ma a quel punto non potevo tirarmi indietro. Abbiamo navigato per circa 20 ore, poi abbiamo finito il carburante e abbiamo iniziato ad imbarcare acqua. Non pensavo che ce l'avremmo fatta.
Io e le altre persone sulla mia barca siamo stati salvati da una nave di una ONG Europea, ora spero che anche mio fratello minore riesca ad approdare in Europa.
Mi chiamo Faisal, ho 21 anni, sono uno studente e vengo da Dhaka, la capitale del Bangladesh. Nel mio Paese ci sono molti problemi in questo momento: il costo della vita, la libertà di espressione e la difficoltà ad avere un'educazione universitaria. Per questo molti studenti, come me, stanno andando via per tentare una carriera altrove.
Io avevo degli ottimi risultati negli studi, ma non riuscivo a vedere un futuro lavorativo per me in Bangladesh. A Dhaka non si riesce a trovare lavoro e i salari sono così bassi che permettono a malapena di comprare da mangiare, c'è molta disuguaglianza nel Paese. Chi ha i mezzi per andarsene lo fa, chi non li ha scende in strada a protestare. In entrambi i casi rischiamo la nostra vita lottando per un futuro migliore, per noi e le nostre famiglie.
I miei familiari all'inizio non erano contenti di vedermi andare via, ma poi hanno capito che era la cosa giusta da fare.
Da Dhaka sono andato prima a Dubai, poi in Egitto e infine in Libia perché un conoscente mi aveva detto che avrei trovato facilmente un lavoro, che la vita costava poco e avrei avuto un buono stipendio.
Lì ho capito in poco tempo come funzionano le cose per gli stranieri: chiunque passi dalla Libia senza essere libico viene sfruttato e discriminato.
Arrivato in Libia, insieme ad altre persone del mio Paese sono stato portato in un capannone fuori da Bengasi; ci hanno detto che avremmo iniziato a lavorare ma che saremmo stati pagati dopo tre mesi di lavoro.
Allo scadere di questo periodo, mi hanno detto che non mi avrebbero pagato e che dovevo andarmene se non volevo che mi facessero del male. Ho capito che chi mi aveva convito a partire veniva pagato dai libici per far arrivare persone dal Bangladesh e sfruttarle.
Non potevo restare in un Paese dove la violenza è usata al posto della legge. Ci ho messo tre mesi per farmi mandare dalla mia famiglia i soldi necessari per pagare il viaggio in mare.
Vorrei riuscire a raggiungere mio zio che vive a Roma, continuare i miei studi e prendere una laurea in fisica. So che sarà molto difficile ma ci metterò tutto me stesso per farcela. Per ora, l'importante è che sono al sicuro.
Mi chiamo Glory, ho 19 anni. Sono partita dal Ghana circa un anno fa insieme a una mia amica. Il Ghana è un bellissimo Paese ma ha molti problemi da risolvere. Ero stata minacciata da un uomo e avevo paura di restare nella mia città. La mia famiglia era preoccupata, avevano paura che lui mi avrebbe fatto del male.
Un'amica mi ha convinta a partire, non so se ce l'avrei fatta da sola.
Ce ne siamo andate senza dire niente a nessuno. Non sanno che sono qui adesso, come io non sapevo dove sarei andata dopo aver lasciato il Ghana. Sapevo solo che dovevo attraversare il deserto per lasciare i miei problemi alle spalle.
Sono arrivata in Tunisia passando per il deserto dell'Algeria. Durante il viaggio sono stata violentata dagli uomini che avevo pagato per portarmi in Tunisia. Succede a moltissime donne.
In Tunisia la situazione è drammatica. A Sfax i migranti subsahariani come me vengono trattati in modo ignobile, non ci vendono cibo o acqua, non ci affittano case, ci rubano i soldi e gli oggetti, ci picchiano. Ho ancora tante cicatrici sul corpo.
In Tunisia ho raccolto i soldi per il viaggio in mare. In quei mesi non ho mai potuto andare da un dottore perché ero senza documenti.
Spero che in Europa io e tutte le persone che sono arrivate insieme a me saremo trattati con rispetto, che avremo la possibilità di crearci una nuova vita lontano dalla paura e dall'ingiustizia.
Mi chiamo Abdel, ho 15 anni appena compiuti e sono pakistano. Ho viaggiato per tanti Paesi, ho avuto un percorso difficile per poter arrivare fin qui, però non mi sono mai arreso. Vorrei dire alla mia mamma che le voglio bene e che mi manca tanto e andrò a trovarla.
Sono sopravvissuto a the game, il crudele "gioco" degli attraversamenti tra le frontiere balcaniche. Ho viaggiato per un anno, dalla Croazia sono stato respinto 12 volte, in alcuni casi picchiato e derubato dalla polizia di frontiera. Ho camminato tanto a piedi, un mese e sei giorni dalla Bosnia, arrivando senza avere nulla da mangiare.
Se dici che sei un minorenne, non ascoltano. Quando sono arrabbiati, picchiano e basta.
Sogno spesso le violenze della polizia nei boschi della Croazia. Una volta ci hanno fatto camminare senza sosta in salita per ore, continuando a darci botte, un poliziotto si divertiva a farlo, gli altri gli dicevano di smetterla ma lui andava avanti. Un'altra volta ci hanno denudato e gettato in un fiume gelato, con le rocce che spuntavano dall'acqua. Una volta invece la polizia è arrivata, i piedi erano feriti e non siamo riusciti a scappare, avevano i cani. Quando abbiamo riprovato di nuovo a scappare, uno di noi è stato bastonato dalla polizia alla testa ed è morto sul colpo. È morto e l'hanno preso e buttato nel fiume, l'hanno buttato nel fiume, la polizia, il suo corpo non l'abbiamo ritrovato neanche noi. Eravamo in Croazia, in Unione Europea.
Avevo come meta i Paesi Bassi, ma ho scelto di rimanere qui in Italia e ora mi interessa imparare la lingua, perché dopo la lingua anche tutto il resto si può imparare. Lavorerò in un ristorante come cuoco perché sono molto bravo a cucinare, ho imparato dalla mia mamma.
Mi chiamo Marina, ho 27 anni e sono ucraina. Quando ho sentito la prima esplosione vivevamo in un appartamento al 16° piano, sul lato orientale di Kiev, vicino al fiume Niprov. Dopo aver sentito il rumore dei primi bombardamenti, con mio marito abbiamo preso nostra figlia e abbiamo passato la prima notte nel bunker. Ero spaventato a morte quando sono iniziate le esplosioni e l'intera casa tremava. Mio suocero e mia suocera non sono venuti con noi perché hanno insistito sul fatto che non era niente di grave. Durante la notte ho guardato mia figlia e mi sono accorta che era molto spaventata, ha solo 2 anni. Ho seguito il mio intuito, l'istinto. In quel momento ho deciso che all'alba avremmo lasciato Kiev.
Non avrei mai pensato che nella mia vita avrei dovuto vivere una guerra e vedermi costretta a fuggire dal mio paese che amo. Lavoravo in una panetteria vicino a casa, avevamo una vita tranquilla e felice. Adesso mi è caduto il mondo addosso.
Abbiamo viaggiato in treno da Kiev a Leopoli con solo 20 grivnia in tasca (40 centesimi di euro) perché a causa di problemi con il sistema bancario non potevamo prelevare più contanti dalla carta.
Volevamo arrivare in Polonia, ma al confine mio marito non l'hanno lasciato passare, era obbligato ad arruolarsi nell'esercito. Ero disperata, eravamo costretti a separarci, mia figlia piangeva perché non voleva lasciare il suo papà. Ma non avevamo altra scelta. Da qui ho viaggiato in treno fino in Polonia, ci ho messo molto per attraversare il confine, perché nello spazio tra Ucraina e Polonia c'è un orrore: ci sono tre posti di controllo e ogni attraversamento richiede almeno due giorni.
Quando finalmente siamo arrivate in Polonia mi sono sentita al sicuro. Ci hanno dato vestiti caldi e cibo, ci siamo riposate un po' ma sono mai riuscita a dormire bene, dai primi bombardamenti non dormo più bene.
Mia zia vive stabilmente in Italia da molti anni e lavora come badante, quindi ho deciso di raggiungerla così mi può aiutare anche con la gestione di mia figlia. Qui la vita non è semplice come prima, io non posso lavorare perché non ho i soldi per pagare l'asilo nido di mia figlia, e se mi devo occupare di lei come faccio ad andare al lavoro? Mi manca disperatamente mio marito e prego ogni giorno che non gli accada nulla.
Io voglio tornare in Ucraina, voglio crescere lì mia figlia, voglio che rincontri suo papà al più presto.
Non ho perso la speranza, tutto può essere ricostruito.